La Contromanovra.

Pubblichiamo il testo integrale della “Contromanovra” presentata dalla CGIL. In essa viene esposto in modo dettagliato la possibilità reale di fare una finanziaria che dà un futuro vero a questo Paese, che non tassa i soliti noti contribuenti, che rilancia l’occupazione, che garantisce i diritti di tutti i cittadini. Come sempre vi auguriamo una Buona lettura. Non Disperdiamoci. La Redazione.

23 agosto 2011

La contromanovra della CGIL
equità, crescita, occupazione, risanamento dei conti e sviluppo per contrastare la crisi.

La crisi e il governo economico europeo.

La crisi continua a produrre i suoi effetti sulla crescita, sul reddito, sull’occupazione, sull’inflazione e sulle borse finanziarie di tutto il mondo. Gli attacchi speculativi sui debiti sovrani e la generale ondata ribassista annunciano già un’altra pesante ricaduta sulla produzione, sul lavoro e, in generale, sull’economia reale di tutti i paesi – avanzati ed emergenti – del pianeta. Il dibattito pubblico e politico – internazionale e nazionale – continua a trascurare come la degenerazione della finanza e l‟aumento delle disuguaglianze restino le reali cause della crisi del sistema: dalle borse alle bilance dei pagamenti, dalle buste paga all‟occupazione. L’alleanza tra profitti e rendite, a scapito del lavoro, è ancora intatta e costituisce il corollario di un modello post-
neo-liberista senza equità, senza crescita, senza occupazione, senza coesione sociale, senza sviluppo. In questo scenario, la politica europea – errore dopo errore – sta cercando un modo per governare l’economia, ma i principali paesi industrializzati, sollecitati anche dalla BCE, continuano a rispondere alla crisi solo attraverso il tentativo di mettere sotto controllo il debito pubblico e la finanza pubblica, senza un programma di regolazione della finanza privata e senza misure volte a nuova crescita, nuova occupazione e nuovo sviluppo. Eppure, la risposta alla crisi globale non può venire che dall’Europa. Risolvere la debolezza della governance europea è il primo passo per una possibile ripresa. Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo (PSC) deliberato dal Consiglio europeo ad aprile 2011 si preoccupa della stabilità ma non della crescita: non assume l’equità e la solidarietà tra Stati Membri come obiettivo, tende a deprimere e a rinviare la crescita, si limita a vincolare lo sviluppo alla “credibilità” dei debiti sovrani sui mercati finanziari. Il recente vertice franco-tedesco segna un lieve cambio di prospettiva rispetto alla politica economica precedente, comunque ritardato e inefficace. Come abbiamo più volte affermato al
fianco della CES, è essenziale istruire una Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF) ed emettere obbligazioni europee (Eurobond) per consolidare i debiti pubblici degli Stati Membri e rilanciare investimenti e crescita. Al vertice franco-tedesco è stata proposta l’introduzione di una TTF ma sono stati “bocciati” ancora una volta gli Eurobond (anche se alcune voci favorevoli a questo ulteriore strumento di integrazione economica si sono sentite sia in Francia che in Germania che in
Inghilterra). È senza dubbio sbagliata e depressiva l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, in Europa come in Italia. La verità è che serve un’Unione Europea più forte ed economicamente integrata, anche per far uscire il resto del mondo dalla crisi. Ma i leader che guidano l‟Unione non hanno il coraggio, di fronte al loro elettorato, di avviare questo processo. Con una governance economica europea diversa (e un PSC alternativo) si potrebbero realizzare molte riforme e altre misure economiche negli Stati Membri, anche in Italia. La crescita non può essere posticipata alla correzione dei conti. Sono due politiche interrelate, anzi la crescita è obiettivo primario anche per la stabilità, poiché è la crescita l‟unica e autentica garanzia del debito. Fin tanto che le istituzioni europee affronteranno la crisi puntando solo a contenere i debiti pubblici degli Stati continueranno le speculazioni e i “commissariamenti” da parte della BCE. Con un diverso PSC si potrebbero liberare risorse anche in Italia, tali da rimettere in discussione non solo la manovra attuale (L.111/2011), ma anche la manovra precedente (DL. 78/2010 e Legge di Stabilità) e, più in generale, la politica economica di questo Governo che ha negato per tre anni
la crisi, sbagliando i conti e le scelte di politica economica, sempre a scapito della crescita, dell‟equità, del benessere e della coesione sociale e territoriale del Paese. Contro i tagli e il riequilibrio a senso unico imposti dall’Europa, la CGIL propone di modificare il PSC e l’attuale politica economica europea come segue:
1. Correggere i criteri per la definizione del debito sostenibile in una logica di Debito Totale, in  modo che comprenda, oltre a quello pubblico, il debito privato (famiglie e imprese).
2. Allungare la decorrenza degli obiettivi e dei vincoli di Bilancio dall’attuale 2013 almeno al 2015.
3. Introdurre, da subito, di Obbligazioni europee (Eurobond) emesse dalla Banca Centrale Europea (BCE) per consolidare il debito sovrano eccedente la soglia del 60% (stabilita dall’attuale PSC).
4. Imporre una Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF) per correggere le distorsioni della finanza e gestire un Fondo a esaurimento per l’extra-Debito degli Stati Membri.
5. Prevedere l’emissione di Eurobond anche da parte della Banca Europea degli Investimenti (BEI) per sviluppare una politica europea di investimenti per l‟innovazione del sistema industriale, ambientale e sociale, oltre che infrastrutturale, dei singoli Stati Membri.
6. Inserire, tra i criteri del nuovo PSC anche uno “standard retributivo europeo”: un riferimento per la crescita dei salari degli Stati Membri legato alle dinamiche della produttività e dei surplus commerciali. Lo standard retributivo europeo risulta importante, in primo luogo, perché pone il tema dell‟aumento dei salari per rilanciare la crescita e riequilibrare l’economia europea; in secondo luogo, perché può aiutare i diversi paesi (e i diversi sindacati) europei a costruire una politica redistributiva comune, anche attraverso leve fiscali omogenee.
La necessità di un cambiamento della politica europea è dimostrata anche dalla “prescrizione” che la BCE ha inviato con lettera al Governo italiano chiedendo l’anticipazione del pareggio di bilancio al 2013, persino con indicazioni precise sugli ambiti di intervento (soprattutto previdenza e mercato
del lavoro), come “condizione” per acquistare i titoli pubblici italiani sul mercato finanziario secondario. La lettera, su cui la CGIL continua a chiedere trasparenza, peraltro certificherebbe l’ormai innegabile incapacità del governo italiano, da tre anni a questa parte, di affrontare la crisi dell’economia del nostro sistema-paese.
La politica economica e le manovre dell’estate 2011 del Governo vanno cambiate
La politica economica senza crescita ed il conseguente peggioramento della finanza pubblica nazionale, con il fragile quadro europeo determinato dal Patto di Stabilità e Crescita, allontanano le possibilità di ritornare ai livelli pre-crisi e ancor meno di risanare le debolezze strutturali del sistema-paese. Nessuna delle componenti della domanda aggregata (consumi e investimenti pubblici e privati), quindi anche reddito e risparmio nazionali, oggi, alla luce delle ultime due manovre finanziarie (Legge n. 111/2011 e D.L. n. 138/2011) varate dal Governo, migliorerà. Dopo tre anni di mancato riconoscimento della crisi, di conti sbagliati, di nessuna lotta all’evasione e di assenza di stimoli all’economia, il Governo drammatizza all’improvviso la situazione, accelerando al 2012 la prima sostanziosa correzione finanziaria ma rinviando a non prima del 2015 la ripresa del livello del PIL pre-crisi (2007). Non si può determinare, invece, se e quando avverrà il recupero del tasso di disoccupazione, in particolare di quello giovanile. Occorre, poi, sottolineare come entrambe le manovre d’estate contino su una crescita del PIL reale sovrastimata che incide sul calcolo del rientro dell‟indebitamento netto della P.A., cioè il deficit da azzerare per pareggiare il bilancio. La manovra finanziaria complessiva continua dunque a “inseguire” il debito senza recuperare la crescita perduta. Anzi produce un impatto depressivo sull‟economia italiana. Il debito pubblico italiano ha raggiunto il 120% del PIL e questo significa che è matematicamente destinato ad aumentare se non aumenta l‟avanzo primario, ovvero se non aumenta la crescita del PIL. La manovra varata a fine luglio contava una correzione del deficit di circa 48 miliardi di euro al 2014 ed era composta per 2/3 da nuove entrate – sfatando il mito del Governo non solo di non aumentarle ma addirittura di ridurle – e per 1/3 da minori spese, da qui al 2014. In entrambe le direzioni si trattava già di misure inique, inefficaci e depressive. L’insostenibilità economica e sociale della manovra varata dal governo a luglio già richiedeva, perciò, una proposta alternativa. A tutto ciò si aggiunge l’accelerazione sul pareggio di bilancio impressa dalla BCE. La cosiddetta manovra bis nel Decreto Legge di agosto prevede una correzione di 2,1 miliardi di euro già dal 2011, circa 24 miliardi nel 2012, 25,8 miliardi nel 2013 e 5,6 nel 2014, in aggiunta ai 48 miliardi di euro di luglio. In risposta alle pressioni delle istituzioni europee e dei mercati finanziari, quindi, è stata predisposta una manovra integrativa ulteriormente depressiva, socialmente iniqua e inefficace.
La politica economica del Governo e la correzione dei conti
L‟incapacità del governo di affrontare la crisi, i nodi strutturali del sistema-paese, fare le riforme giuste per la nuova crescita e nuova occupazione, gestire la finanza pubblica e l‟attacco al debito pubblico italiano è stata resa più evidente dall‟intervento della BCE. Ma non c’è dubbio che il Governo abbia scelto come “misure di correzione”, all’interno delle due manovre d’estate, tutti provvedimenti che non toccano gli interessi espressi dalla propria base elettorale di riferimento: scelte economiche che non aiutano la coesione sociale, non liberano risorse per imprese e lavoro, non stimolano la crescita nel breve termine e non pongono le basi per la crescita potenziale nel medio-lungo periodo, non indirizzano lo sviluppo e non ricercano la sostenibilità. Nel dettaglio dei provvedimenti del Governo, la correzione complessiva del deficit pubblico italiano si traduce in interventi di taglio della spesa e di incremento delle entrate:
la conferma delle misure già previste dalla manovra di luglio dal 2011 al 2014, composte da tagli ai Ministeri (già decise a partire dal 2011 per 1,9 miliardi, fino a 6 miliardi nel 2014) sotto la voce “razionalizzazione della spesa per le Amministrazioni Centrali”; tagli al Fondo Sanitario Nazionale (per 2,6 miliardi al 2013 e 5,1 al 2014); agli EE.LL. (6,5 miliardi tendenziali); superticket sanitari, aumento del bollo sui titoli, aumento delI’IRAP sulle banche,
rincaro del contributo unico per lo svolgimento dell‟attività processuale (che tutti insieme ammontano a circa 5,5 miliardi); aggiornamento dei coefficienti di ammortamento dei beni (1,3 miliardi); l‟aumento delle accise sulla benzina (2 miliardi), il resto sono tagli alle spese e compressione dei diritti, come il blocco degli aumenti contrattuali dei lavoratori pubblici (570 milioni a regime), l‟adeguamento dell‟età pensionabile alla speranza di vita (262 milioni di
euro), modifiche al sistema di decorrenza del pensionamento di anzianità per coloro che hanno 40 anni di contribuzione (433 milioni), l’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile per le lavoratrici dipendenti del settore privato e per le lavoratrici autonome, il blocco della rivalutazione per le pensioni superiori a 5 volte il minimo (la perequazione ridotta al 70% viene data solo per la fascia fino a 3 volte il minimo), la riduzione delle pensioni ai superstiti ed altre entrate extra-tributarie prodotte dal contributo di solidarietà sulle pensioni d‟oro (44 milioni di euro).
2 Dal Decreto n.138/2011 e dalla Relazione Tecnica sul D.L. 138/2011, i tagli delle spese previsti nella manovra bis comporterebbero un risparmio netto di circa 10,4 miliardi di euro nel 2012, 7,7 miliardi nel 2013 e 1,3 miliardi nel 2014. Tra le principali misure:
– nuovi tagli alle Amministrazioni Centrali e agli Enti Locali per circa 17,5 miliardi di euro  cumulati dal 2012 al 2014 (in tre anni: 8,5 miliardi ai Ministeri; 2,4 miliardi di euro alle Regioni a statuto ordinario e 3,0 miliardi a quelle a statuto speciale; 3,6 miliardi a Province e Comuni), che si sommano a quelli già presenti nella Manovra 2010 (D.L. 78/2010) ed in quella approvata a luglio 2011 (L. 111/2011). È evidente che si continua a tentare di sanare i conti dello Stato riducendo lo Stato, a scapito dei servizi pubblici, delle economie locali, del welfare, del capitale sociale e, dunque, dei redditi medio-bassi e delle
persone in condizione di povertà.
– Per “compensare” i tagli si prevede poi che le Regioni possano aumentare l’aliquota dell’addizionale regionale IRPEF (pari allo 0,9% sino alla nuova rideterminazione) a decorrere dall’anno 2012 – e non più quindi 2013 – per ciascuna Regione a statuto ordinario, con propria legge. La maggiorazione non può essere superiore a: 0,5 punti percentuali per gli anni 2012 e 2013 con tetto dell’1,4%; 1,1 punti per l’anno 2014; 2,1 punti a decorrere dall’anno 2015 con tetto del 3%. Fanno eccezione le amministrazioni locali in extra-deficit sanitario con addizionali superiori, già oggi, all’1,4%. Secondo il Governo perciò, i nuovi tagli al sistema delle Regioni e delle Autonomie Locali, sarebbe “compensati” con l‟anticipazione del federalismo fiscale, anche se in realtà si tratta solo dell‟anticipazione al 2012 della possibilità poter imporre addizionali (1). Le nuove addizionali servono così solo a
permettere a Enti Locali e Regioni di far fronte alla propria attività e a fornire servizi, dopo il taglio dei finanziamenti. In questo modo, al finanziamento degli EELL contribuiranno solo coloro che già pagano l’IRPEF (circa 31 milioni di contribuenti), innanzitutto lavoratori dipendenti e pensionati.
– Particolarmente pesante anche la manovra di agosto verso il lavoro pubblico, che aggiunge misure al blocco dei contratti di lavoro e al blocco delle retribuzioni previsti con la manovra di luglio sicuramente al 2014 e forse al 2017.
– È prevista una “clausola di salvaguardia” a scapito delle tredicesime dei lavoratori, in ragione del conseguimento o meno dei tagli alle Amministrazioni centrali (2): quindi, all’ulteriore riduzione del perimetro pubblico si accompagna la norma che prevede che i dipendenti delle Amministrazioni pubbliche che non assicurano gli obiettivi di riduzione della spesa potrebbero incorrere in una “sanzione”, rappresentata dal differimento, senza interessi, del pagamento, della tredicesima mensilità dovuta, in tre rate annuali posticipate. Questo significa – al contrario di quanto affermato dal Governo – che le tredicesime saranno utilizzate anche per coprire l‟impossibilità di insistere con i tagli lineari in attesa di una lontana revisione della spesa. In tutto ciò, è prevista anche la riduzione degli organici dei dirigenti e del personale non dirigenziale di tutte le Amministrazioni centrali, ma non applicata ai dirigenti nominati direttamente dalla politica. La relazione non prevede una quantificazione “a priori” del taglio, ma rinvia “al consuntivo”. Evidentemente il Governo sa che questa misura è di complicata attuazione. Tra l‟altro, dal testo del decreto e dalla Relazione Tecnica non appare chiaro il campo di applicazione della norma (solo i centrali o tutte le pubbliche amministrazioni). Così come non sono chiari gli effetti finanziari diretti del provvedimento. In ogni caso, tali misure risultano inique e illegittime sotto il profilo costituzionale. È uno dei casi in cui il Ministro competente ha approfittato del decreto per imporre per legge norme punitive che non è riuscito a introdurre per le vie amministrative e legislative normali.

– Mobilità, trasferimenti e aspettativa del personale pubblico. Si prevede (“senza nuovi oneri per lo Stato”) che i dipendenti pubblici, esclusi i magistrati, su richiesta del datore di lavoro, siano tenuti a effettuare la prestazione in luogo di lavoro e sede diversi sulla base di motivate esigenze, tecniche, organizzative e produttive con riferimento ai piani della performance o ai piani di razionalizzazione, secondo criteri e ambiti regolati dalla contrattazione collettiva di comparto. In attesa del rinnovo, le Amministrazioni agiranno senza regole e senza relazioni con le OOSS. Si tratta anche qui di misure che non
portano risparmi di spesa e, in assenza di una più generale modernizzazione (organizzativa, tecnologica, etc.) della P.A., non investono per e nel lavoro pubblico.

1 La Relazione Tecnica spiega: “Le disposizioni ampliano, a decorrere dall’anno 2012, la possibilità per Regioni e Comuni di manovrare le rispettive addizionali IRPEF; pertanto sono funzionali al perseguimento degli obiettivi del Patto di Stabilità Interno e non comportano effetti finanziari aggiuntivi”.
2 Nella Relazione Tecnica si afferma che la “spalmatura” della tredicesima mensilità retributiva per i dipendenti pubblici serve “a garantire il rispetto degli equilibri programmati del bilancio pluriennale in termini di saldo netto da finanziare, fabbisogno e indebitamento netto della PA”.
– Il pagamento con due anni di ritardo dell’Indennità di buonuscita dei lavoratori pubblici. In altre parole, cambia per il pubblico impiego, la liquidazione del TFR con effetto dal 1 gennaio 2012, con riferimento ai soggetti che maturano i requisiti per il pensionamento a decorrere dalla data. La liquidazione avverrà decorsi due anni dalla cessazione del rapporto di lavoro “per anzianità” e dopo 6 mesi dal pensionamento “per vecchiaia”. Il valore di risparmio indicato dalla Relazione è fino a 1 miliardo nel 2013. La norma si trasforma in una grave violazione della correttezza del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici che vengono usati per “fare cassa”.
– La chiusura degli Enti Pubblici con meno di 70 dipendenti, compreso gli Enti di ricerca, senza una precisa quantificazione dei risparmi di spesa(3). Non solo si continua con una politica di tagli, peraltro come afferma la stessa relazione, di dubbia efficacia, ma per la prima volta si tocca anche il delicato mondo degli Enti di Ricerca.
– Tagli ai costi della politica (e alla democrazia). Nel provvedimento non si parla di ridurre il numero dei parlamentari e i loro privilegi (ad eccezione dei voli in classe economica per deputati e senatori, amministratori pubblici, dipendenti dello stato, componenti di enti e organismi), ma si interviene sulle “poltrone” locali”. Per quanto riguarda i piccoli Comuni, la norma è assolutamente impraticabile e i numeri che si leggono sono certamente quelli dei Comuni con meno di 1000 abitanti, ma non quelli dei Comuni che dovrebbero scomparire. La Relazione Tecnica non quantifica i risparmi, proprio perché la norma scritta è profondamente diversa da quella declamata e comunque non avverrebbe in tempi brevi. È prevista inoltre la soppressione delle Provincie sotto i 300.000 abitanti, ma solo dopo il prossimo censimento (4). L‟abolizione delle Province con meno di 300.000 abitanti e con una dimensione inferiore ai 3000 chilometri quadrati avverrebbe alla scadenza del mandato e potrebbe comportare, in assenza di leggi sul tema istituzionale, l‟assunzione in capo alla rispettiva regione delle competenze già svolte dalle Province disciolte con l‟eventuale  assegnazione ai Comuni, alle altre Province o alla Regione con conseguente trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali. Nelle province “disciolte” scomparirebbero le vecchie Prefetture, mentre il Governo deciderà cosa fare delle articolazioni provinciali delle amministrazioni centrali. Come si può vedere siamo in presenza di ipotesi assolutamente improvvisate e che non risolvono a monte il problema dei nuovi assetti istituzionali nei quali affrontare compiutamente il tema degli enti territoriali. Sui costi della politica, ampiamente propagandati dal Governo, e per alcune organizzazioni divenuti “merce di scambio” con le altre misure del decreto che colpiscono lavoro e pensioni, siamo in presenza di misure di contenimento della rappresentanza politica, non di snellimento, semplificazione e
3 Nella Relazione Tecnica vi sono due precisazioni: “comprende una platea più ampia di enti destinatari per due ordini di ragioni: 1) la consistenza della dotazione organica pari a 70 unità consente di allargare il target degli enti interessati; 2) le deroghe contemplate dalla nuova norma sono inferiori rispetto a quelle del citato articolo 26. La soppressione, infatti, interesserebbe anche gli enti di ricerca”. La stessa Relazione Tecnica poi mostra una certa cautela
nella quantificazione dei risparmi: “La disposizione determina un risparmio certo che scaturisce dal venir meno degli oneri finanziari connessi con i costi di funzionamento dell’ente, nonché di quelli legati ai compensi previsti per gli organi collegiali. In via prudenziale si ritiene di quantificare gli effetti di risparmio a consuntivo”.
4 I capoluoghi interessanti dal provvedimento, stando a una verifica informale, sarebbero i seguenti: Ascoli Piceno, Asti, Belluno, Benevento, Biella, Caltanissetta, Campobasso, Carbonia-Iglesias, Crotone, Enna, Fermo, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, La Spezia, Lodi, Massa Carrara, Matera, Medio Campidano, Nuoro, Ogliastra, Olbia Tempio,Oristano, Piacenza, Pistoia, Prato, Rieti, Rovigo, Savona, Siena, Sondrio, Terni, Trieste, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Vibo Valentia. Resta da capire la sorte di Aosta, provincia con meno di 300 mila abitanti ma di una regione a Statuto speciale.
decentramento delle amministrazioni in relazione a un modello “federalista” dello Stato (5).
– Viene ridotta la platea del CNEL contraendo la sola presenza delle forze sociali (lavoro e imprese), che sono i protagonisti dell‟art. 99 della Costituzione. Unica anomalia nel panorama degli assetti istituzionali per i quali gli interventi del decreto hanno validità dal rinnovo degli organi collegiali. Si tenta di fare una operazione politica di dubbia legittimità per giunta con decorrenza immediata e tentando di forzare il tema della rappresentatività.
– Ancora manomissioni del sistema previdenziale, a cominciare dall’anticipo del pensionamento per le donne, a decorrere dal 1° gennaio 2016. Viene anticipato dal 2020 al 2016 il progressivo innalzamento a 65 anni (entro il 2028) dell’età pensionabile delle donne nel settore privato (6). Tutto ciò è tanto più grave in considerazione del fatto che l’obiettivo di porre in equilibrio il sistema previdenziale è stato ampiamente realizzato (da ben 5 riforme in due decenni). Infatti, da diversi anni, il bilancio previdenziale, al netto delle prestazioni assistenziali, è abbondantemente in attivo producendo utili che vengono utilizzati per il ripiano del debito pubblico. Quel bilancio previdenziale presenta però al suo interno profonde distorsioni. In primo luogo, la forzata solidarietà che deriva dal travaso dei contributi dei lavoratori dipendenti e parasubordinati verso tutto il mondo del lavoro autonomo e dei dirigenti di azienda, categorie che continuano a beneficiare di un tasso di sostituzione molto più favorevole rispetto alla contribuzione versata. In secondo luogo,
l’innalzamento automatico dell’età di pensionamento, di fatto oltre i 65 anni, non significherà, proprio per le caratteristiche del mercato del lavoro italiano, prolungamento dell’età lavorativa per tutti, bensì larghe schiere di donne e uomini in età anziana, senza lavoro, senza più ammortizzatori sociali, difficilmente ricollocabili, senza reddito, con tuttociò che questo significa in termini di costi sociali. A questo proposito bisogna ristabilire il criterio della flessibilità, peculiare del sistema contributivo; ovvero lasciare la libertà di scelta per l’uscita entro una forchetta abbastanza ampia (da definire) entro la quale il lavoratore può decidere di uscire in anticipo con un importo di pensione minore o più tardi con un importo maggiore (ovviamente salvaguardando i lavori usuranti). In terzo luogo, si possono prevedere soluzioni capaci di garantire una transizione soft tra lavoro e non lavoro anche attraverso forme di prolungamento parziale dell’attività lavorativa, scelta liberamente e non per obbligo di legge, in cui il lavoratore riceve parte della pensione dall’Inps integrata dalla retribuzione percepita dall’attività lavorativa svolta. Le misure sulla previdenza contenute nella manovra sono inique e miopi, con unico criterio l’obiettivo di “fare cassa” (e nemmeno nell’immediato).
-Dal 2012 vengono applicate anche al comparto Scuola le decorrenze del pensionamento (ritardo di 1 anno, previsto dalla manovra del 2010). È bene ricordare che la gestione dei tagli del personale della scuola previsto dal D.L. 112/2008, scontava il pensionamento dei lavoratori della scuola “a normativa vigente” che oggi si cambia senza curarsi dei problemi

5 D‟altra parte senza la piena attuazione del federalismo fiscale in tema di “bicameralità” e senza Carta delle Autonomie Locali in tema di funzioni degli Enti Locali, qualsiasi misura assume una connotazione istituzionalmente discutibile. Si persegue allora la strada della riduzione della rappresentanza della politica. Ma in questo caso ciò sarà possibile passando per Leggi di natura “Costituzionale” ( come nel caso dei parlamentari) o leggi regionali per le Regioni con la riduzione di consiglieri e assessori da far valere comunque nella prossima legislatura nazionale e regionale.
6 Nessuna misura, invece, contrariamente a quanto anticipato, sulle pensioni di anzianità.
che si aprono sul piano dell‟offerta formativa. Un comunicato del Governo spiega che “per far fronte alle esigenze della scuola, nell’imminenza dell’avvio del nuovo anno scolastico, su proposta dei Ministri Brunetta e Tremonti, è stato inoltre approvato un decreto presidenziale che autorizza per il solo anno 2011-2012 il trattenimento in servizio di 414 dirigenti scolastici”. Il Decreto, altresì, prende atto di quanto definito dalla programmazione triennale delle assunzioni nella scuola, autorizzando l’assunzione a tempo indeterminato di 30.300 Unità di personale docente ed educativo e di 36.000 Unità di personale
amministrativo, tecnico ed ausiliario. La Relazione Tecnica prevede un risparmio di circa 1 miliardo sulla spesa “previdenziale”, ma non su quella generale, in considerazione che tale personale lavorerà ancora per 1 anno pur avendo già presentato domanda di pensione. Nel mondo della scuola permangono pesanti tagli al finanziamento degli istituti, ormai suppliti in parte dal contributo “volontario” delle famiglie con pesanti ripercussioni sulle attività integrative e sulla programmazione scolastica.
– La sanità non è stata ulteriormente ridimensionata dalla manovra bis, ma i tagli già previsti possono compromettere il Servizio Sanitario Nazionale nella sua vocazione universalistica. Per garantire i livelli essenziali delle prestazioni sanitarie, come sostengono le stesse Regioni, non si può scendere al di sotto di un incremento del fabbisogno sanitario nazionale pari nel 2013 a 1.750 milioni di euro e per l’anno 2014 di ulteriori 3.500 milioni di euro. L’obiettivo è il reintegro, (per di più parziale) dei tagli previsti sulla sanità attraverso il recupero di risorse dall’evasione fiscale e da processi di riorganizzazione dei servizi che spostino il baricentro del sistema dalle prestazioni ospedaliere alla prevenzione e ai servizi territoriali (questo processo è da tutti considerato il volano vero per una migliore e più razionale allocazione delle risorse). Inoltre, con la manovra di luglio si conferma il ticket di 10 euro per la specialistica: questa misura può essere cancellata accogliendo la richiesta formulata dalla conferenza delle Regioni che consiste in un aumento pari a 20/25 centesimi
dell’accisa sulle sigarette. Per gli utenti rimane pesante la questione dei tempi di attesa delle speculazioni legate alle attività intramoenia.
– Viene soppressa l‟esclusione dalle riduzioni del Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS), ovvero saranno anticipati di un anno i tagli al FAS. A conferma del carattere depressivo della manovra, i Programmi Attuativi Regionali (PAR) vengono ridotti ulteriormente, annullando di fatto le decisioni assunte in sede di riunione CIPE del 3 agosto 2011 sul parziale sblocco delle risorse per lo sviluppo delle Regioni Meridionali.
– Abrogazione del Sistri (Sistema di controllo sulla tracciabilità dei rifiuti). Si prevede la soppressione del Sistri, eliminando tutte le norme con le quali, dal 2006 in poi, si è istituito, sviluppato e disciplinato il sistema. Il Sistri avrebbe dovuto entrare in funzione il 1 giugno scorso ed è dunque pensabile che, per quella scadenza, gli enti istituzionali preposti e di controllo, gli operatori economici tenuti obbligatoriamente ad aderirvi, si siano adoperati concretamente per realizzarlo e farlo funzionare. Ciò nonostante l’avvio aveva comportato una serie di complicazioni alle attività delle imprese per via della novità e per le modalità degli adempimenti richiesti per il funzionamento del sistema elettronico, tanto da far sollevare obiezioni in molta parte del variegato mondo imprenditoriale a partire da Confindustria. Sebbene la reazione avesse qualche reale fondamento, più che di una sospensione, la riuscita del Sistema avrebbe avuto bisogno di una fase di sperimentazione per la sua messa a punto e per accompagnare con adeguati supporti quelle imprese davvero in difficoltà. L’abrogazione assume così il carattere di una beffa, oltremodo dannosa, proprio per quegli operatori che hanno adottato comportamenti corretti, rigorosi e
rispettosi delle norme e di quei soggetti che hanno lavorato alla realizzazione del sistema. In aggiunta, davanti allo scempio di vaste aree del territorio usate e abusate per occultare i rifiuti, davanti all’inquinamento causato da gestioni irresponsabili e criminose, l’abrogazione del Sistri, è l’ennesima mortificazione di comportamenti virtuosi e rispettosi nei confronti dell’ambiente e un incredibile regalo ai traffici illeciti e mafiosi (7). Per una corretta gestione integrata dei rifiuti nel rispetto di quanto previsto dalla Direttiva Quadro Europea sui Rifiuti (2008/98/Ce) occorre pretendere la riconferma del Sistri.
3.
Dal lato delle entrate, il Decreto n.138/2011 e dalla Relazione Tecnica sul D.L. 138/2011, prevedono maggiori incassi dalla manovra bis di agosto pari ad appena 31,5 milioni di euro nel 2011, circa 7,9 miliardi nel 2012, oltre 17,7 miliardi nel 2013 e altri 6,1 miliardi di euro nel 2014. In sintesi, le principali nuove entrate scaturiranno da:
⁃ Il cosiddetto Contributo di solidarietà a due vie per i lavoratori dipendenti e per gli autonomi: un aumento delle tasse per i dipendenti del settore privato, per i quali è previsto un prelievo del 5% per la parte del reddito eccedente i 90mila euro e del 10% per la parte eccedente i 150mila euro; per i lavoratori autonomi l’addizionale scatta invece a partire dall’aliquota del 41% che si applica ai redditi superiori a 55mila euro. La misura, al momento è sperimentale, ma potrebbe diventare permanente (8). Quindi, manca il carattere di straordinarietà (la valenza per un solo anno della misura) che anche la CGIL ha più
volte richiesto come contributo alla ripresa e al futuro, manca la finalizzazione che giustificherebbe il sacrificio (nuovi investimenti, nuova occupazione) e resta una misura sempre nell’ambito degli stessi contribuenti onesti (i soliti noti che non evadono), per lo più redditi “fissi”, senza alcuna precisa determinazione verso gli evasori autonomi e senza allargare il prelievo anche a grandi immobili e grandi patrimoni. La CGIL ritiene inoltre che tale misura non possa avere carattere retroattivo ed essere iscritta a bilancio 2011.

7 A questo proposito, il D. Lgs. 121/2011 detto “231 Ambiente” che prevede nuove sanzioni per reati ambientali, alle imprese, ai livelli direzionali e ai responsabili aziendali, per quanto si tratti di un intervento legislativo limitato e timido in rapporto alla necessità di tutela e di salvaguardia dell’ambiente italiano, per la sua entrata in vigore il 16.08 2011, a pochi giorni dall’abrogazione del Sistri, rischia di rivelarsi da subito, spuntato nella sua capacità di orientare i comportamenti. Infatti se quest’ultimo impone sanzioni verso chi commette reati ambientali, l’abrogazione del Sistri lascia spazio a comportamenti scorretti e illegali, ad attività criminali nella gestione e nello smaltimento dei rifiuti, causa proprio dei reati ambientali ora sanzionati. Una scelta contraddittoria che può danneggiare ulteriormente l’economia del nostro Paese, così segnata dalle molteplici attività sommerse, e già così restia nel cogliere le opportunità offerte dalla trasformazione verde in atto (green economy) per uno sviluppo e una crescita di qualità, più sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale.
8 Altra misura, stando alle indiscrezioni, sarebbe quella relativa al contributo di solidarietà. Secondo quanto riferito da fonti governative, è previsto infatti un “contributo di solidarietà” anche per deputati e senatori pari al 10% per i redditi superiori ai 90 mila euro ma inferiori a 150 mila, e del 20% per quelli superiori a 150 mila euro. Esatt amente il doppio di quanto previsto per i dipendenti pubblici e privati. Inoltre, per i dipendenti ‘normali’ il contributo è deducibile, mentre per gli ‘onorevoli’ non lo sarà. Infine, viene ridotta del 50% l’indennità per il parlamentare che ha un reddito uguale alla stessa indennità. Infine la decisione che saranno solo in classe economica i voli per parlamentari, amministratori pubblici, dipendenti dello Stato, componenti di enti ed organismi.
⁃ Robin Hood Tax, ossia un carico maggiore di IRES per le imprese del settore energetico. In particolare, si vuole prevedere che in dipendenza dell’andamento dell’economia e dell’impatto sociale dell’aumento dei prezzi e delle tariffe del settore energetico, l’aliquota dell’Imposta sul Reddito delle Società è applicata con una addizionale di 6,5 punti percentuali per i soggetti che abbiano conseguito nel periodo di imposta precedente un volume di ricavi superiore a 10 milioni di euro (prima si parlava di 25 milioni) e un reddito imponibile superiore al milione di euro. E in più: che si tratti di soggetti che operino nei seguenti settori: ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi; raffinazione del petrolio, produzione o commercializzazione di benzine, petroli, gasoli per usi vari, oli lubrificanti e residuati, gas di petrolio liquefatto e gas naturale; produzione, trasmissione e dispacciamento, distribuzione o commercializzazione dell’energia elettrica; trasporto o distribuzione del gas naturale. Viene cancellata poi la disposizione che escludeva da
questa tassa i soggetti che producono energia elettrica mediante l’impiego prevalente di biomasse e di fonte solare-fotovoltaica o eolica. Secondo le prime stime del Governo da queste misure dovranno derivare maggiori entrate per l’Erario stimate non inferiori a 1.800 milioni di euro per l’anno 2012 e 900 milioni di euro per gli anni 2013 e 2014. I dubbi su questa misura vengono confermati dalle risorse bruciate in borsa in rapporto ai titoli delle principali società legate al settore in questione (Snam RT, ENEL, Terna, etc.). Così come restano probabili i rincari di prezzi e tariffe delle imprese interessate.
⁃ Rendite finanziarie. Aumento al 20% della tassazione su tutte le rendite finanziarie, esclusi gli interessi dei titoli di stato che restano al 12,5%. Viene così uniformata al 20% la misura della tassazione sulle cosiddette rendite finanziarie: vale a dire dei proventi realizzati dalle persone fisiche per interessi su titoli, depositi e conti correnti, per dividendi da azioni e partecipazioni sociali “non qualificate” e da capital gain su partecipazioni, titoli e strumenti finanziari, anche attraverso gestioni individuali o collettive. La tassazione al 20% sostituisce quella attualmente prevista in due aliquote: 27% per gli interessi si depositi e conti correnti bancari e 12,5% per tutte le altre rendite finanziarie. Resta al 12,5% la tassazione (interessi e capital gain) dei titoli di stato italiani e di Paesi inclusi nella cosiddetta “lista bianca” (white list) dei titoli di risparmio per l’economia meridionale, del risultato delle forme di previdenza complementare e di piani di risparmio appositamente istituiti. Con decreto del Tesoro saranno comunque stabilite le modalità di svolgimento delle operazioni di addebito e da accredito del conto unico. Si tratta di una misura giusta, per la quale CGIL si è battuta da tempo anche se non tocca i grandi possessori di BOT.
⁃ Lotta all’evasione e al riciclaggio. È previsto l’inasprimento delle sanzioni, fino alla sospensione dell’attività, per la mancata emissione di fatture o scontrini fiscali. È poi prevista una misura che rafforza la tracciabilità di tutte le transazioni superiori ai 2.500 euro con comunicazione all’Agenzia delle entrate delle operazioni per le quali è prevista l’applicazione dell’IVA. Quest’ultima misura ha a che vedere più con la deterrenza del riciclaggio di denaro, mentre la prima misura appare molto debole. Per gli studi di settore viene stabilito che l’impossibilità di effettuare gli accertamenti basati su presunzioni semplici per chi risulta congruo e coerente fino al 40% dei ricavi dichiarati (e con il limite di 50mila euro) si verifica a condizione che risulti congruo – anche per adeguamento – anche nel periodo d’imposta precedente. In generale, le misure sembrano ancora una volta una “stretta timida” all’evasione, all’elusione e all’illegalità fiscale. Su questo aspetto la CGIL ha una proposta più forte e articolata (più avanti nel testo).
⁃ Ci sono poi misure (Giochi, Tabacchi, Dismissioni immobili Difesa, etc.), che rientrano nella costellazione dei provvedimenti di prelievo minori.
4. Oltre ai provvedimenti sulle spese e sulle entrate, la manovra del Governo prevede l‟introduzione del reato di caporalato per contrastare il lavoro irregolare per chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori. Con coerenza la CGIL si batte per la legalità del lavoro e per la configurazione di reato penale per il “caporalato”. La misura in manovra rappresenta finalmente un primo passo nella direzione che da tempo sosteniamo.
5. Resta incerta la modalità di attuazione anticipata della “Delega assistenziale e fiscale” prevista nella manovra di luglio. In ogni caso, con la manovra bis si ribadisce che i regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale vengano ridotti del 5% per l’anno 2012 e del 20% a decorrere dall’anno 2013. In pratica, si anticipano di un anno. Non è chiaro dunque se si  procederà:
⁃ (ipotesi A) alla razionalizzazione della spesa assistenziale (stretta, probabilmente sui criteri di accesso, sulle pensioni d‟invalidità e sull‟indennità di accompagnamento, che ammontano a oltre 16 miliardi di euro e sulle pensioni di reversibilità, che costano oltre 35 miliardi allo Stato);
⁃(ipotesi B) al taglio delle cosiddette tax expenditures, cioè le agevolazioni, le detrazioni e le deduzioni fiscali: in questo caso, si interviene sulle spese per la produzione del reddito, cioè le detrazioni per il lavoro dipendente, e sulle detrazioni per il reddito da pensione, sulle agevolazioni legate al TFR e agli assegni al nucleo familiare, aumentando direttamente le tasse ai redditi “fissi”; oppure i tagli si concentreranno su sgravi IRPEF prima casa, detrazioni
per spese mediche (a cui si sommerebbero i superticket), detassazione produttività e sgravi sulle ristrutturazioni, a cui si aggiungerebbe sicuramente l‟innalzamento delle aliquote IVA, su cui la CGIL ha già manifestato la sua contrarietà (visto che: l’IVA italiana è più alta di quella degli altri paesi europei, è l’imposta più evasa, aumenterebbe l’inflazione, l’operazione si tradurrebbe in un maggiore prelievo regressivo e iniquo a scapito dei redditi medi e bassi). in entrambe le ipotesi, si tratta di misure inique, inaccettabili, che danneggerebbero principalmente lavoratori dipendenti, pensionati e, più in generale, le fasce di reddito medie e basse.
6 Si interviene in maniera punitiva e inaccettabile sulla legge n. 68 del 1999 che detta norme per il diritto al lavoro dei disabili. La modifica prevede che i datori di lavoro privati che occupano personale in diverse unità produttive e i datori di lavoro privati di imprese che sono parte di un gruppo possono assumere in una unità produttiva o, ferme restando le aliquote d’obbligo di ciascuna impresa, in una impresa del gruppo avente sede in Italia, un numero di lavoratori aventi diritto al collocamento mirato superiore a quello prescritto, portando in via automatica le eccedenze a compenso del minor numero di lavoratori assunti nelle altre unità produttive o nelle altre imprese del gruppo aventi sede in Italia. Si prevede infine che anche i datori di lavoro pubblici possano essere autorizzati, su loro motivata richiesta, ad assumere in una unità produttiva un numero di lavoratori aventi diritto al collocamento obbligatorio superiore a quello prescritto, portando le eccedenze a compenso del minor numero di lavoratori assunti in altre unità produttive della medesima Regione. Tutto ciò rischia di tradursi in veri e propri “reparti ghetto” per i lavoratori disabili.
7 Si conferma la totale assenza di politiche per la crescita, per gli investimenti e per lo sviluppo. Le uniche misure che dovrebbero aiutare l’economia appaiono inefficaci, inutili, demagogiche e sbagliate. Tali misure riguardano:
⁃ Privatizzazioni dei servizi pubblici e una norma “premio” per incentivare gli enti territoriali a dismettere le proprie partecipazioni azionarie nelle società in house di servizi pubblici locali aventi rilevanza economica (diversi dal servizio idrico), attraverso una quota del Fondo infrastrutture da destinare a investimenti infrastrutturali per gli enti territoriali che procedano, rispettivamente, entro il 31 dicembre 2012 ed entro il 31 dicembre 2013, alla dismissione di partecipazioni azionarie in società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica, diversi dal servizio idrico. Come dimostrato nell’impegno per la promozione della partecipazione alla consultazione referendaria del 12 e del 13 giugno 2011, per la CGIL privatizzare un bene comune ed un diritto inalienabile e universale resta un “fatto inaccettabile”. Da sempre il tema delle privatizzazioni e dei servizi pubblici locali rientra in un ambito di politica economica già molto complesso, finalizzato alla ricerca della combinazione ottimale della partecipazione pubblica con la gestione privata, che viene improvvisamente e ulteriormente complicato da una manciata di norme tutte orientate ad acquisire risorse locali e a aprire alle imprese private senza
vere garanzie di efficacia, di efficienza e di una sana e lungimirante gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici.
⁃ Distribuzione commerciale più libera. Si prevede che ai sensi delle disposizioni dell’ordinamento comunitario in materia di tutela della concorrenza e libera circolazione delle merci e dei servizi e al fine di garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità e il corretto e uniforme funzionamento del mercato, e di assicurare ai consumatori finali un livello minimo e uniforme di condizioni di accessibilità all’acquisto di prodotti e servizi sul territorio nazionale, le attività commerciali e di somministrazione di alimenti e bevande, siano svolte, in via sperimentale, senza il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l’obbligo della chiusura domenicale e festiva, e quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio. La norma appare poco utile, se non a rafforzare la libertà degli esercizi di intensificare gli orari di lavoro dei dipendenti. La norma, inoltre,non garantisce più concorrenza, ma solo meno regolazione.
⁃ Liberalizzazione parziale delle professioni regolamentate. Fermo restando l’esame di Stato di cui all’articolo 33 comma 5 della Costituzione per l’accesso alle professioni regolamentate, gli ordinamenti professionali devono garantire che l’esercizio dell’attività risponda senza eccezioni ai principi di libera concorrenza, alla presenza diffusa dei professionisti su tutto il territorio nazionale, alla differenziazione e pluralità di offerta che garantisca l’effettiva possibilità di scelta degli utenti nell’ambito della più ampia informazione relativamente ai servizi offerti. Gli ordinamenti professionali dovranno essere
riformati entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto per recepire una serie di principi. Al fine di accelerare l’accesso al mondo del lavoro, la durata del tirocinio non potrà essere complessivamente superiore a tre anni e potrà essere svolto in concomitanza al corso di studio per il conseguimento della laurea di primo livello o della laurea magistrale o specialistica. Al tirocinante dovrà essere corrisposto un equo compenso
di natura indennitaria, commisurato al suo concreto apporto. La disciplina del Tirocinio è un avanzamento, anche se non si capisce chi dovrebbe stabilire quale è la misura equa del compenso per l‟apporto di lavoro del tirocinante. L‟obbligo di formazione previsto dal comma b) è giusto ma non aggiunge niente a quanto già previsto dagli Ordini in base alla normativa vigente e in base ai regolamenti disciplinari già vigenti: non garantisce qualità e affidabilità formativa. La CGIL chiedeva da tempo la norma sull‟assicurazione obbligatoria, che ora è prevista dal Decreto. Si tratta di norme che portano alcuni diritti e opportunità nel mondo delle professioni regolamentate, ma appare un quadro incompleto (a cominciare dall’assenza di regolazione per le professioni non regolamentate) e ancora una volta teso a mantenere solidi gli ordini e gli interessi costituiti. La CGIL chiede una riforma degli Ordini Professionali che accresca la concorrenza, aumenti la qualificazione e la trasparenza delle prestazioni professionali, restringa le attività riservate agli iscritti agli ordini. La CGIL chiede poi la modifica dei princìpi, dei criteri e dei vincoli che regolano l’accesso alle professioni con l’individuazione precisa di misure che agevolano l’accesso dei giovani.
⁃ Libertà d’iniziativa economica. In attesa della modifica dell’articolo 41 della Costituzione, Stato, Regioni ed Enti locali dovranno adeguare i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge. Si cerca di introdurre un principio di laisser-faire (peraltro non richiesto dal mondo delle imprese) che può portare solo competizione sui costi, sul lavoro e sulla legalità, senza prospettive di investimento e di innovazione.
8. Le festività infrasettimanali “non concordatarie” verranno spostate a decorrere dall’anno 2012 o al venerdì precedente o alla domenica. Si tratta di una norma assolutamente demagogica di presunto intervento sulla competitività da parte del Governo, senza stimoli alla produttività “di sistema” e senza incentivi alla riconversione del tessuto produttivo e alla crescita dimensionale delle imprese. Impossibile non vedere in questo provvedimento un
tentativo di svalutare momenti importanti di coesione nazionale (25 aprile e 2 giugno) e di identità del lavoro (primo maggio).
9. Deroga a Leggi e Contratti nazionali. Nella manovra c’è il tentativo di cancellare i Contratti Nazionali di lavoro, estendendo per legge erga omnes i contratti aziendali in deroga. Si vuole attribuire ai contratti aziendali o territoriali la capacità di regolare tutto ciò che attiene all’organizzazione del lavoro e della produzione anche contravvenendo ai CCNL e alle disposizioni di legge, anche quando attengano ai diritti fondamentali nel lavoro. In particolare,
diventerebbe più facile licenziare i lavoratori eludendo l‟articolo 18 attraverso un accordo aziendale. Inoltre, con norma retroattiva, il decreto dichiara “efficaci nei confronti di tutto il personale” anche le norme contenuto nell’accordo separato della FIAT per Pomigliano e Mirafiori. Con queste norme il Governo di fatto cancella l‟Accordo del 28 giugno 2011 che ribadiva i due livelli contrattuali e, al contrario, prevede che i contratti aziendali potranno anche essere di primo livello, cioè in sostituzione del CCNL, come previsto dagli accordi separati newco della FIAT. La CGIL conferma la inaccettabilità dell’ingerenza governativa non richiesta in materia contrattuale e che le questioni legate alle relazioni industriali, alla contrattazione e al mercato del lavoro riguardano le parti sociali, non il governo. È il secondo caso in cui un Ministro utilizza il decreto per introdurre per legge norme che non è
riuscito ad introdurre per il dissenso delle parti sociali.
La controproposta della CGIL
Per la CGIL è necessaria una manovra alternativa, che punti sulla crescita, sull’equità, sugli investimenti, sul lavoro. Una manovra diversa è possibile anche con i saldi previsti dal Governo per raggiungere al 2013 il pareggio di bilancio. Per la CGIL resta indispensabile sapere esattamente cosa sia stato richiesto all’Italia nella lettera della BCE. Solo in trasparenza le parti sociali e, più in generale, le forze sociali, politiche e culturali del Paese possono esprimere la propria opinione e formulare le proposte per risanare i conti, evitare il tracollo e rilanciare la crescita del reddito e dell’occupazione. Il Paese si trova oggi costretto ad anticipare il pareggio di bilancio al 2013, cercando risorse complessivamente pari a circa 48 miliardi di euro complessivi nel 2013. Non accettiamo la ricetta del Governo, che taglia la spesa sociale, la previdenza, i diritti e persino la crescita, precludendo qualsiasi possibilità di ripresa almeno per i prossimi due anni. La proposta della CGIL cambia radicalmente la combinazione e l’incidenza delle spese e delle entrate, anche in funzione della maggiore crescita del PIL mai inferiore al 2% annuo.
La manovra alternativa della CGIL per il riequilibrio, l‟equità e la crescita attraverso il sostegno della domanda, prevede:
– Lo stralcio delle norme lesive dell’autonomia contrattuale e in deroga allo Statuto dei lavoratori.
– Lo stralcio delle norme che prevedono l’annullamento o lo spostamento delle festività civili (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno). A tal fine la CGIL sta promuovendo una raccolta di firme su una petizione per il loro ripristino.
– Lo stralcio delle norma che predispone la modifica dell’articolo 41 della Costituzione.
– Lo stralcio delle norme che prevedono lo stravolgimento del collocamento obbligatorio dei lavoratori disabili.
– Lo stralcio della norma sulle tredicesime dei lavoratori pubblici.
– La modifica radicale con emendamenti precisi delle misure del Decreto sui tagli della spesa, le maggiori entrate, gli interventi normativi volti alla libertà economica, le disposizioni previste dalla “Delega per la riforma fiscale e assistenziale”, di cui ai punti 2. 3. 4. e 6. della presenta nota.
– La cancellazione dei tagli agli EE.LL e l’allentamento del Patto di stabilità interno per gli investimenti in innovazione sociale (welfare e assistenza) e per le infrastrutture materiali e immateriali. Ciò anche allo scopo di consentire alla spesa pubblica locale di contribuire a favorire la crescita. La CGIL propone di non procedere al taglio dei trasferimenti previsto in entrambe le manovre 2011, ma di indirizzare tali risorse per i “servizi alla persona”. La CGIL, inoltre, propone di escludere dal Patto di stabilità interno la parte di spesa in conto capitale destinata agli investimenti “innovativi”: da un lato, nel welfare e nell’assistenza; dall’altro, nel tessuto produttivo e infrastrutturale locale, soprattutto in direzione della riqualificazione e difesa del territorio.
– Il finanziamento degli Enti Locali deve basarsi su una complessiva ridefinizione dell‟autonomia tributaria, modificando il “sistema del federalismo municipale” senza inutili e dannose anticipazioni delle addizionali, e deve riguardare l‟insieme dei redditi e delle ricchezze imponibili, al fine di evitare che qualsiasi nuova “tassa sui servizi” aumenti il prelievo solo sui redditi imponibili ai fini IRPEF. Serve un progetto solidale capace di legare autonomia e unità nazionale, eguaglianza dei diritti ed efficienza dell‟azione amministrativa e della spesa pubblica, evitando appesantimenti burocratici della macchina amministrativa. Un federalismo, quindi, capace di aumentare l‟efficienza, di ridurre i differenziali territoriali e di generare coesione sociale su tutto il territorio nazionale. Attuarlo come vuole il governo: mette in discussione la garanzia per tutti dei diritti sociali e l‟unitarietà del sistema di welfare nel paese a partire dalla sanità; non garantisce l‟invarianza della pressione fiscale, anzi è ormai certo l‟aumento delle tasse, in particolare sui redditi da lavoro e da pensione; continua a mancare qualsiasi raccordo tra il federalismo e la riforma del sistema fiscale; in tal modo questa riforma rischia di essere uno strumento di allargamento delle disuguaglianze, tra cittadini e tra territori a iniziare dalla distanza tra Nord e Sud. La CGIL, contro tale impostazione, è in campo anche con la contrattazione sociale per garantire servizi di qualità e per difendere i redditi. Bisogna ripartire da un federalismo solidale ed efficace.
– Eliminare i tagli alla Sanità (Fondo Sanitario Nazionale), ripristinando il saldo pre-manovra (in attesa di riformulare un nuovo accordo tra Stato e Regioni sui fondi da destinare al Sistema Sanitario Nazionale) e, di conseguenza, non introdurre i “super ticket” e riducendo fortemente i costi della politica anche in campo sanitario.
– Togliere i blocchi del turn-over, ed il taglio degli organici nelle Pubbliche Amministrazioni che oltre a determinare l‟impossibilità di operare in funzioni fondamentali quali le funzioni ispettive e/o di accertamento fiscale, o dei servizi alla persona, preclude la possibilità per i giovani ed i precari di utilizzare anche l‟opportunità del lavoro nelle Pubbliche Amministrazioni.
– Stralciare tutte quelle misure presenti nelle manovre dalle quali non sono presenti poste economiche, ripristinando un sistema di regole e relazioni sindacali senza il quale l‟arbitrio nella gestione del lavoro pubblico diviene totale ad iniziare dalla mobilità e dall‟ennesimo spoils system.
– Riaprire la stagione della contrattazione nel lavoro pubblico.
– Non procedere all’attuazione delle misure previste per il sistema previdenziale. Per favorire politiche per la crescita e lo sviluppo si può lavorare con tutte le parti istituzionali e sociali ad una proposta attraverso la quale i fondi pensione possano diventare dei veri e propri investitori (istituzionali), con loro capacità interna di elaborazione e di decisione strategica, non subalterni alle logiche finanziarie e speculative dei gestori.
– Bloccare l’aumento delle accise previsto dal 1° gennaio 2012 sui carburanti, che in sostanza si somma all’imposta regionale sulla benzina eventualmente vigente nelle Regioni a statuto ordinario.
– Specificare e rafforzare le norme sul caporalato come richiesto da tempo dalla CGIL.
– Ripristino e completamento del Sistri.
La CGIL propone che:
– Le risorse derivanti dai macro-tagli per i singoli Ministeri siano destinate alla costituzione di un Fondo per la Crescita e l’Innovazione (FCI). L’unica esclusione dai tagli va fatta per il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, per le funzioni ispettive e di accertamento fiscale, prevedendo invece il taglio delle risorse anche per la componente di spesa del Ministero della Difesa relativa anche alle “missioni all’estero”, attualmente esente.
– Rimodulazione e trasferimento di parte dei Fondi Grandi Opere (es. Ponte sullo Stretto), convertendone così gli investimenti ad immediata cantierabilità per le ricadute produttive, sociali ed occupazionali(9).
– Riordino del sistema di incentivi pubblici per le imprese verso gli obiettivi del Fondo per la Crescita e l‟Innovazione e per rifinanziare Industria 2015.
– Assumere le risorse di alcuni dei provvedimenti già previsti nella Manovra del Governo che andranno confermati e incrementati: le operazioni sulle stock options; l‟aumento del Bollo del Conto Titoli; l’aumento del bollo per auto di grande cilindrata e inquinanti.
– Una corretta riduzione dei Costi della Politica. Serve un disegno organico di riforma basato su interventi strutturali dell‟architettura istituzionale, senza ridurne gli spazi di partecipazione democratica, attraverso un sistema organico di revisione della spesa e una vera lotta alla corruzione, pur sapendo che produrrà benefici nel medio-lungo periodo. In particolare:
⁃ la riduzione del numero dei parlamentari e il rafforzamento del loro ruolo attraverso la riforma federalista del sistema bicamerale;
⁃ una nuova legge elettorale;
⁃ il tema delle Regioni a Statuto speciale;
⁃ attraverso la Carta delle Autonomie (già in Parlamento), il tema della riforma delle Province, l‟accorpamento delle funzioni amministrative e di servizio per i Comuni piccoli e medi valorizzando la pratica dell‟associazionismo (Consorzi comunali, Associazioni di Comuni,
etc.);
Allo stesso modo, vanno affrontate le misure in tema di spesa corrente, attraverso:
9 Secondo i dati del V Rapporto della Commissione Ambiente della Camera, in collaborazione con il CRESME e l’Autorità di Vigilanza per Lavori Pubblici, la lista delle opere programmate con la Legge obiettivo nel 2001, è passata da 196 opere del 2001 alle 348 del 2011, e i costi previsti da 125 miliardi di euro del 2001 al valore complessivo stimato in 358 miliardi nel 2010. Il bilancio consuntivo è fallimentare: le opere sono state realizzate in minima parte (22%), con costi lievitati rispetto a quelli preventivati; alcune sono state iniziate senza che si possa intravedere la fine lavori; nonostante la
scorciatoia dei lotti funzionali e costruttivi restano a rischio di non realizzarsi più, a seguito dei tagli pesanti degli investimenti da parte dello Stato (il 33% secondo la stima dell’ANCE tra il 2009 e il 2011).
⁃ il taglio lineare ed immediato di tutti gli emolumenti, le indennità e i “vitalizi” di politici e amministratori pubblici;
⁃ una maggiore riduzione delle “auto blu” (e del personale addetto);
⁃ la sospensione fino al 2014 delle “consulenze” in tutta la Pubblica Amministrazione;
⁃ l‟introduzione di un tetto retributivo e previdenziale per le alte cariche dello stato, ripristinando il tetto, già abrogato;
⁃ la riduzione delle società che non producono servizi collegate agli EE.LL. e del numero di amministratori delle società di servizi.
Queste misure, complessivamente, possono produrre un risparmio di spesa immediato fino a 8,5 miliardi di euro, da destinare a livello locale.
– Una sovrattassa straordinaria sui capitali già sanati con lo Scudo fiscale, ma non rientrati dall‟estero, con un’imposizione aggiuntiva del 15% (oltre il 5% che già era stato previsto). Si tratta di una misura di carattere straordinario, che può trovare applicazione seguendo i percorsi tecnico-giuridici dell’Imposta sulle Transazioni Finanziarie Internazionali e che va contro l’idea di un altro scudo-condono. Proprio in virtù delle garanzie ottenute e avendo subito una
tassazione largamente inferiore a quella di altri paesi europei (5% in Italia, 40% medio in Europa) i capitali già “scudati” ma non rientrati, identificati secondo la Banca d‟Italia in un ammontare di circa 60 miliardi, oggi, con un‟imposta aggiuntiva del 15%, potrebbero portare un ulteriore contributo di 9 miliardi di euro.
– Piano strutturale di lotta all’evasione fiscale e al sommerso, contabilizzando preventivamente in Bilancio le quote di entrate da recuperare, coinvolgendo le istituzioni locali anche con speciali poteri di accertamento.
A) Lotta all’evasione e all’elusione fiscale:
– ripristinare le norme anti-evasione ed anti-elusione abolite nell’ultima Legislatura (55 norme istruite nel corso del Governo Prodi 2006-2008), con un rafforzamento delle norme sulla tracciabilità a cominciare dall’abbassamento a 500 euro della somma oltre la quale non sono consentiti pagamenti in contanti; dal ripristino dell’elenco clienti- fornitori per gli esercenti; dall’obbligo di la trasmissione telematica al fisco dei ricavi dei commercianti; dal divieto di “girare” gli assegni; dall’anagrafe dei conti correnti. Una vera lotta all’evasione che coinvolga le istituzioni locali, prevedendo una compartecipazione al gettito recuperato. L’obiettivo è garantire equità, giustizia, concorrenza leale, adesione spontanea alle regole (fiscali) e cultura della legalità.
– Migliorare il sistema sanzionatorio, riportando la riduzione della sanzione ad un livello che rappresenti un deterrente all‟evasione (stimabile in non meno di 1/3 del minimo).
– l’utilizzo integrato di tutte le tecnologie, gli strumenti (studi di settore, redditometro, etc.) e le banche dati (compresa il database dei conti correnti bancari) già oggi disponibili, istruendo un rapporto diretto di “tutoraggio” per imprese e autonomi capace di prevenire l‟evasione fiscale.
– L’accertamento di tutto il reddito effettivo, con attenzione al tenore di vita del contribuente, anche ai fini della determinazione delle imposte IRPEF, IVA e IRAP.
– Forme straordinarie di coinvolgimento dei soggetti collettivi e delle rappresentanze dei consumatori.
B) Lotta al sommerso e all’elusione contributiva:
– rendere strutturale e operativa l’interconnessione delle banche dati esistenti – a partire da quella delle Comunicazioni obbligatorie – con quelle di INPS, INAIL e Agenzia delle Entrate.
– Riprendere l’elaborazione degli “indici di congruità” al fine di indirizzare l’attività ispettiva dove esistono scostamenti tra i fatturati dichiarati e i costi, in particolare del lavoro (norma prevista e non attuata dal governo Prodi, affossata come primo atto dal Governo in carica nel 2008).
– Potenziare le dotazioni informatiche e funzionali degli ispettori, riscrivendo la normativa prodotta di recente (es. la norma del “Decreto sviluppo” 2011 impone l’unicità dell’ispezione per sei mesi, pena l’infrazione disciplinare dell’ispettore).
– Estendere le sanzioni, in caso di “caporalato”, alle imprese che ne usufruiscono.
– Nell’ambito della normativa su appalti e subappalti, occorre ristabilire le sanzioni in capo all’appaltatore per le violazioni commesse dai subappaltatori (anche qui, sanzioni abolite dal Governo in carica). In tal senso, bisogna prevedere anche l’esclusione dal registro dei fornitori della P.A, così come prevedere l’esclusione dalle forniture per la P.A. di chi non applica CCNL.
– Sempre in ambito di normativa sugli appalti, occorre allargare la norma, oggi in vigore per turismo e servizi di pulizia, sui costi minimi del lavoro (es. allargare anche rispetto agli appalti dei call center che operano per soggetti pubblici). Attraverso il Piano strutturale di lotta all‟evasione fiscale e al sommerso si può programmare una riduzione dell‟evasione fiscale e contributiva del 10% nel 2012 e del 20% dal 2013.
– Un “contributo di solidarietà” su tutti i redditi (non solo ai fini IRPEF), in ragione della “capacità contributiva”, con un prelievo del 5% per la parte eccedente i 90mila euro e del 10% per la parte eccedente i 150mila euro. Il contributo deve assumere le caratteristiche della “straordinarietà” e dell’equità: un solo anno finalizzato agli investimenti e all’occupazione giovanile, con programmata e determinata azione di recupero del gettito aggiuntivo dai lavoratori autonomi e dai grandi redditi prima che dai lavoratori dipendenti.
– Introduzione di un‟Imposta ordinaria sulle Grandi Ricchezze (IGR), come il modello francese. Si prevede un’aliquota progressiva dallo 0,55% all‟1,8% sulle attività reali, patrimoniali e finanziarie, al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti). L‟imposta verrebbe pagata solo sulla quota che eccede gli 800.000 euro. A subire un aumento del prelievo fiscale strutturale non sarebbe il 95% delle famiglie italiane ma solo gli ultraricchi, ossia il 5% delle famiglie, considerando anche le detrazioni (es. carichi familiari) e le deduzioni (es. autofinanziamento capitale d‟impresa). Si stima un gettito massimo potenziale di circa 15 miliardi ogni anno dal 2013.
– L’Introduzione di un‟Imposta straordinaria sui Grandi Immobili (IGI) il cui valore patrimoniale netto superi la soglia dei 800.000 euro, con aliquota fissa dell’1%, per l’anno 2012. Tale misura potrebbe generare un gettito massimo potenziale di circa 12 miliardi di euro.
– Aumentare la Tassa di successione, modificandone i criteri attualmente in vigore (riferimenti catastali, ipotecari e di registro; inserire un principio di progressività; etc.), cancellare l‟esclusione dei patrimoni redditizi. Si punta ad un gettito di circa 2 miliardi di euro l’anno. Le maggiori risorse derivanti da questa misura (circa 1 miliardo di euro ogni anno) possono essere destinate ad un incentivo diretto di natura straordinaria per l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. L’incentivo seguirebbe gli stessi criteri dell’apprendistato, ma “potenziato” per due anni, in ragione della crisi: oltre ai criteri previsti si aggiungerebbe l’esclusione dall’IRAP della parte relativa al costo del lavoro. L’incentivo ha lo scopo di formare “sul campo” i giovani alle prime esperienze lavorative, arricchendone il curriculum e/o mettendo le imprese in condizione di provare l’incontro fra le esigenze di produzione e le caratteristiche
professionali dei singoli lavoratori in funzione dell’eventuale assunzione a tempo pieno e indeterminato.
Gli impieghi sono organizzabili nel modo seguente:
“Fondo per la Crescita e l’Innovazione” (FCI). Le caratteristiche strutturali del nostro apparato produttivo e dei servizi, con particolare riferimento agli aspetti dimensionali e di specializzazione, risultano tra i fattori più importanti relativamente ai problemi di crescita del PIL e della produttività dell‟economia italiana. In particolare, la frammentazione e la forte polarizzazione nella specializzazione produttiva dell‟industria manifatturiera, con una
prevalenza dei settori “tradizionali”, i livelli di qualità e conseguentemente di competitività inadeguati del sistema dei servizi, costituiscono fattori di bassa crescita della produttività. Occorre ricomporre e riqualificare la struttura del tessuto produttivo, con attenzione ai principali fattori esterni all’impresa. Le imprese che crescono sono quelle che investono, spesso anche perché trovano condizioni più favorevoli “di sistema”, facendo meglio fronte alla crisi e
assumendo – il più delle volte a tempo pieno e indeterminato – nuove generazioni di lavoratori. Il problema della produttività italiana non si risolve senza interventi sul versante dell’innovazione, della ricerca e dell’infrastrutturazione (materiale e immateriale) del sistema- paese, soprattutto in assenza di piattaforme logistiche anche nelle (piccole) imprese del settore. Per questo occorre istituire di un “Fondo per la Crescita e l’Innovazione” (FCI) per consentire una politica straordinaria di sostegno alla domanda aggregata e, in particolare, agli investimenti fissi (pubblici e privati, attraverso incentivi modello credito di imposta) che – per definizione – producono maggiore crescita e nuova occupazione nel medio e lungo periodo. I nuovi investimenti vanno soprattutto destinati a: A) un Piano energetico nazionale e politiche di green economy; B) Politiche di innovazione e sviluppo locale; C) Ricerca & Sviluppo;
D) una politica industriale per il Mezzogiorno:
A) Il Piano energetico nazionale è necessario a far fronte all’enorme bolletta energetica che paga l’Italia, spesso scaricata sulle imprese e sui consumatori finali. Nel programmare i nuovi investimenti infrastrutturali materiali, vanno ricercate soluzioni innovative nei lavori e nelle opere pubbliche, nuovi materiali e componenti nei sistemi di costruzione, che incrementino e incentivino la diffusione di nuove filiere di sviluppo. In particolare, il Piano
energetico deve svilupparsi adottando un modello di energia distribuita, in favore delle famiglie e delle imprese (soprattutto PMI), con fonti rinnovabili all’insegna dell’efficienza e del risparmio energetico. Allo stesso modo, rientrano negli investimenti di questo tipo lo sviluppo delle reti di telecomunicazione di nuova generazione, l’innovazione dei servizi di interesse generale in ambito locale, lo smart grid (una rete cosiddetta “intelligente” per la distribuzione di energia elettrica, ovvero un sistema fortemente ottimizzato per il trasporto e diffusione della stessa evitando sprechi energetici). Ci sono enormi potenzialità nella cosiddetta green economy e nel green job, nell‟ambito delle nuove professioni ad alto contenuto tecnico e formativo (neolaureati e neotecnici specializzati) e soprattutto per la “rimodulazione” e la riqualificazione di tanti mestieri e attività oggi poco valorizzati e poco apprezzati.
B) Sul modello di Industria 2015, si possono prevedere risorse da destinate ad una politica industriale “dal lato della domanda” fondata su formule di incentivazione e partnership locale come i “contratti di innovazione”: meccanismi in grado di impiegare e diffondere l’innovazione attraverso il coinvolgimento dello Stato centrale (con i FCI), i governi locali (che determinano “i bisogni” e le regole di produzione, anche con project managing delle
istituzionali locali), le imprese disposte a investire in loco, le Università e i Centri di ricerca, le banche (anche con un sistema di confidi). Tale impostazione avrebbe i vantaggi di essere più misurata sulle esigenze dei singoli territori, più facilmente verificabile nei suoi effetti. L‟innovazione e le esternalità positive che sprigionano i progetti territoriali sono dunque il frutto di un salto tecnologico perseguito al fine di corrispondere ai bisogni della
comunità locali. Per fare solo alcuni esempi: controllo delle micropolveri, bioedilizia, sicurezza idrogeologica, mobilità sostenibile e trasporto pubblico locale, sicurezza e tracciabilità alimentare, ciclo rifiuti e scorie, nuovo welfare e assistenza alla salute.
C) L’Italia investe meno di tutti i principali paesi industrializzati in R&S, in termini di spesa pubblica e, soprattutto, di spesa delle imprese. La strategia Europea 2020 pone obiettivi ambiziosi, ma raggiungibili, anche per l’Italia. Aumentare le risorse per la R&S, da un lato, per la ricerca di base negli Istituti pubblici e nelle Università, dall’altro, per l’innovazione di processo e di prodotto nelle imprese, con particolare attenzione al Mezzogiorno. Ciò è indispensabile per recuperare produttività dell’intero apparato economico-produttivo, l’avanzamento tecnologico e l’innovazione “di sistema”, dalla produzione industriale alle tecnologie della salute.
D) Per recuperare il gap di progresso, sviluppo, benessere e competitività con le altre principali economie avanzate occorre cominciare riducendo il divario tra Nord e Sud dell’Italia. È necessario che, nell‟ambito del negoziato sulla formazione del nuovo budget pluriennale dell„Unione, venga attuata la riforma delle politiche di coesione economica e sociale, con specifica attenzione alla crescita sostenibile delle regioni a ritardo di sviluppo. In questo contesto i grandi gruppi industriali devono essere chiamati – anche con incentivi specifici – ad attuare una politica di innovazione con particolare riferimento alle regioni del Mezzogiorno. Superare e risolvere la questione meridionale è tutt‟uno con l‟obiettivo di garantire al Paese una crescita qualificata e duratura.
– La riduzione strutturale del prelievo fiscale sui redditi da lavoro e da pensione, secondo i criteri previsti dalla piattaforma CGIL 2010.
Conclusioni
La CGIL nei prossimi giorni avanzerà la propria controproposta per dimostrare che, con gli stessi saldi previsti dal Governo, si può attuare equilibrio dei conti, equità e crescita, colpendo coloro che non contribuiscono in misura adeguata al bilancio pubblico e alleggerendo la pressione fiscale sul
lavoro. La CGIL, di fronte allo spregio della forma, delle norme costituzionali, delle situazioni reali di vita delle persone e delle famiglie fa appello alle altre organizzazioni sindacali, alle forze sociali, alle Istituzioni più vicine alle comunità, al mondo dell’associazionismo e del volontariato e della
cooperazione sociale per opporsi in maniera unita alla iniquità delle decisioni del governo e per impedire la disgregazione della società italiana.

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